venerdì 26 agosto 2016

Sei voci



Non fu il mare a raccoglierci
Noi raccogliemmo il mare a braccia aperte.

Calati da altopiani incendiati da guerre e non dal sole,
traversammo i deserti del Tropico del Cancro.

Quando fu in vista il mare da un’altura
Era linea d’arrivo, abbraccio di onde ai piedi.

Era finita l’Africa suola di formiche,
le carovane imparano da loro a calpestare.

Sotto sferza di polvere in colonna
Solo il primo ha l’obbligo di sollevare gli occhi.

Gli altri seguono il tallone che precede,

il viaggio a piedi è una pista di schiene.


Erri De Luca (1950)


giovedì 28 luglio 2016

Non è facile

Dipinto di Lia Pasqualino Noto

Non è facile invecchiare con garbo.
Bisogna accertarsi della nuova carne, di nuova pelle,
di nuovi solchi, di nuovi nei.
Bisogna lasciarla andare via, la giovinezza, senza
mortificarla in una nuova età che non le appartiene,
occorre far la pace con il respiro più corto, con
la lentezza della rimessa in sesto dopo gli stravizi,
con le giunture, con le arterie, coi capelli bianchi all’improvviso,
che prendono il posto dei grilli per la testa.
Bisogna farsi nuovi ed amarsi in una nuova era,
reinventarsi, continuare ad essere curiosi, ridere
e spazzolarsi i denti per farli brillare come minuscole
cariche di polvere da sparo. Bisogna coltivare l’ironia,
ricordarsi di sbagliare strada, scegliere con cura gli altri umani,
allontanarsi dal sé, ritornarci, cantare, maledire i guru,
canzonare i paurosi, stare nudi con fierezza.
Invecchiare come si fosse vino, profumando e facendo
godere il palato, senza abituarlo agli sbadigli.
Bisogna camminare dritti, saper portare le catene,
parlare in altre lingue, detestarsi con parsimonia.
Non è facile invecchiare, ma l’alternativa sarebbe
stata di morire ed io ho ancora tante cose da imparare.


Cecilia Resio - Le istruzioni


Poesia pubblicata su Facebook da Gianni Modena


lunedì 18 luglio 2016

Se sapessi a quale razza...


Se sapessi a quale razza appartengo, sarei una persona libera da tanti dubbi.
Se non avessi la pelle olivastra, se il soprannome della mia famiglia (Mouriai) non avesse quel riferimento così diretto ai Mori, se il mio gruppo sanguigno non fosse B, tipico degli arabi, se i miei sentimenti di compassione per l'olocausto non mi toccassero così nel profondo, se il mio essere italiana, europea, occidentale non fossero un dato di fatto, se la mia simpatia per il Buddismo non fosse l'unica via per accettare una religione, se le mie idee politiche non fossero così radicate nel motto "Liberté-Egalité-Fraternité", se il mio "senso dell'altro" non fosse un elemento di continuo stupore di fronte al dilagante egoismo, se tutti questi "se" non affollassero la mia mente, allora non avrei esitazioni a condannare, a disprezzare, a discriminare.
Invece sono tutto questo e altro ancora. Sono un essere umano, senza certezze, senza fede patentata, ma non senza la speranza in un mondo migliore. Chiamiamolo "bene", oppure "amore", ingoiamo tutte le brutture e le atrocità, ma resistiamo fermi nei principi e qualcosa cambierà.
E se la Storia è quella che stiamo vivendo, ricordiamoci che non c'è nulla di nuovo sotto il sole.



sabato 25 giugno 2016

Elogio dell'ombra

Foto di Luigi Ghirri

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)
può essere per noi il tempo piú felice.
È morto l’animale o quasi è morto.
Restano l’uomo e l’anima.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che ancora non son tenebra.
Buenos Aires,
che un tempo si lacerava in sobborghi
verso la pianura incessante,
è di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le confuse strade dell’Once
e le precarie case vecchie
che seguitiamo a chiamare il Sud.
Nella mia vita son sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e somiglia all’eterno.
Gli amici miei non hanno volto,
le donne son quello che furono in anni lontani,
i cantoni sono gli stessi e altri,
non hanno lettere i fogli dei libri.
Dovrebbe impaurirmi tutto questo
e invece è una dolcezza, un ritornare.
Delle generazioni di testi che ha la terra
non ne avrò letti che alcuni,
quelli che leggo ancora nel ricordo,
che rileggo e trasformo.
Dal Sud, dall’Est, dal Nord e dall’Ovest
convergono le vie che mi han condotto
al mio centro segreto.
Vie che furono già echi e passi,
donne, uomini, agonie e risorgere,
giorni con notti,
sogni e immagini del dormiveglia,
ogni minimo istante dello ieri
e degli ieri del mondo,
la salda spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
l’amore condiviso, le parole,
ed Emerson, la neve, e quanto ancora.
Posso infine scordare. Giungo al centro,
alla mia chiave, all’algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.


Jorge Louis Borges


domenica 22 maggio 2016

2050. Breve storia del futuro.


"Conflitti globali, mutazioni genetiche, diseguaglianze sociali ed economiche, sfruttamento delle risorse naturali compongono il complesso panorama dei prossimi decenni; gli artisti di 2050 interpretano queste tematiche complesse e invitano a ri-pensare il tempo che verrà con visioni anche costruttive e talvolta ironiche".

Questa sintesi racchiude ciò che si può vedere alla mostra 2050. Breve storia del futuro in corso a Milano, a Palazzo Reale, fino al 29 maggio. Quarantasei artisti, con le loro opere, interpretano l'omonimo libro di Jacques Attali, uscito nel 2006. Ebbene sì, ci sono andata, con curiosità e aspettative diverse da quello che ho visto e percepito.

Ci sono alcuni termini chiave in questa mostra, che hanno quasi tutti il suffisso iper. 
Iperimpero
Sovrapopolazione
Sovraconsumi
Iperinquinamento
Iperconflitti
Iperdemocrazia


Le mie aspettative erano finalizzate alla prospettiva di un "mondo migliore", ma, ahimè, sono andate deluse. Quello che gli artisti hanno realizzato per interpretare il libro di Jacques Attali ci dà un'indicazione inquietante: il mondo andrà avanti nella direzione in cui sta andando adesso, amplificando i fenomeni per effetto della globalizzazione.

Alighiero Boetti - Mappa Geopolitica (Ricamo)

Iperimpero: Boetti ha chiesto a degli artigiani Afghani di produrre dei bellissimi ricami che rappresentino la mappa politica mondiale senza prendere parte al procedimento, per sottolineare come lui stesso, in quanto individuo, abbia poco o addirittura nessuna influenza sul modo in cui i confini si evolvono. Ci sarà un declino dell'impero americano e la geopolitica cambierà velocemente, con alcuni paesi che emergono e altri che spariscono.

Fat Man di John Isaacs

Iperimpero va di pari passo con sovrapopolazione, sovraconsumo e iperinquinamento, con particolare riferimento all'inquinamento degli oceani causato dai rifiuti plastici. C'erano diverse opere in questa sezione, non da ultime alcune sculture realizzate utilizzando rifiuti come materiale.

Tracey Snelling - Aeroplastisc

In quest'opera si mescolano le culture dell'America Latina e della Cina: anche se il progresso infrastrutturale non è giunto, la tecnologia è presente in ogni antro...

Iperconflitti: secondo J. Attali, le tensioni prodotte dalle ineguaglianze potrebbero degenerare in numerosi conflitti (come alcune situazioni attuali, peraltro). Al Farrow, con la sua sinagoga, mausoleo mussulmano e reliquario cristiano, fatto di armi e munizioni, sottolinea come le fedi religiose e la guerra siano sempre collegati E, sinceramente, queste tre opere sono state quelle che mi hanno colpito di più: 

Al Farrow - Sinagoga 

Al Farrow - Mausoleo mussulmano

Al Farrow - Reliquario cristiano

Iperdemocrazia: Jacques Attali evita di utilizzare termini come "ottimistico" o "pessimistico", dal momento che li vede entrambi come i poli dell'"inazione": attendere che venga un futuro migliore oppure aspettare che venga la fine del mondo. 

 Mark Titchner  - Let the future tell the true. Another world is possible

Un po' di speranza è nell'opera di Mark Titchner: con motivi vittoriani costruisce una città ideale che contrasti con la cementificazione incontrollata e dove esprime che non ci sarà futuro senza salvaguardia del passato. 
Et enfin, altra opera sorprendente:

John Isaacs - Architecture of Empathy

E una Pietà michelangiolesca velata. Un masso potente (4 tonnellate), scavato nel marmo bianco di Carrara rifà l'icona del Buonarroti in perfette proporzioni, ma nascosta da un drappo, come un sudario che avvolge madre e figlio. Fisionomie e profili svaniscono. Resta un abbraccio, un'anima, un'empatia del gesto sotto quel velo, come suggerisce il titolo della scultura, Architecture of Empathy. L'autore è John Isaacs, provocatorio scultore inglese, che qui riesce a cogliere nel segno lo spirito del tempo e dei suoi conflitti, spesso nutriti da una totale mancanza di empatia.

Una bella mostra, serviva più tempo per coglierne ogni significato. In ogni caso un tentativo di dare delle risposte alle troppe domande che ci affollano la mente, il che non è poco.

sabato 30 aprile 2016

Mario Genari, partigiano Fernandel

Medaglia d'oro a Mario Genari, partigiano Fernandel

Il 25 aprile, in Prefettura ad Imperia, sono state assegnate 63 medaglie d'oro a coloro che si sono distinti durante la Resistenza. Anche Mario Genari, partigiano Fernandel, è stato insignito di questo importante riconoscimento, ma dall'agosto scorso egli non è più tra noi e i figli Antonietta e Giorgio hanno ritirato l'onorificenza.

Antonietta Genari ritira la medaglia d'oro della Liberazione 

Per ricordarlo, riporto alcuni passi tratti dal libro Le radici di un percorso. Associazionismo e cooperativismo in provincia di Imperia in cui raccolsi la sua memoria: 

"Il 1942 fu un anno decisivo e di forte svolta: in Africa e nella campagna di Russia erano solo bastonate; la mancanza di prodotti alimentari e di beni di prima necessità, come vestiti, scarpe, gomme per le biciclette, prodotti indispensabili per l’agricoltura si accentuavano, al punto che i contadini mettevano le monete di rame nell’acido muriatico, aggiungevano calce e ottenevano la poltiglia bordolese utilizzata come verderame da poter dare alle viti. La crisi alimentare colpiva particolarmente le zone urbane, per cui l’esasperazione della gente cresceva in modo esponenziale: si sentiva gridare, protestare anche se c’era la dittatura. Lo spettro della fame e l’assenza degli uomini nelle famiglie (i nativi dal 1910 al 1920 erano tutti reclutati) diventarono elementi sufficienti affinché le coscienze diventassero consapevoli dello stato delle cose".


 Mario Genari ed un amico partigiano a Montegrande

"La popolazione nutriva una forte avversione per la guerra. Quando qualcuno era reclutato, gli amici gli consigliavano di non esporsi, di fare il possibile per salvarsi dall’andare in guerra. Questi consigli erano la regola che comunemente seguiva la gente dell’entroterra, anche coloro che simpatizzavano per il fascismo. Era un sentimento che già aleggiava nel 1940, benché l’ipotesi di perdere non ci fosse, dato che l’esercito tedesco aveva fatto capitolare la Francia, invaso i Paesi dell’Europa dell’Est e stava puntando su Mosca e Stalingrado: mezza Europa era sotto il dominio nazista. La ricerca di raccomandazioni per evitare di andare a combattere era largamente diffusa: chi conosceva graduati non esitava a chiedere di essere riformato, così come la richiesta di certificati medici che evidenziavano difetti fisici era uti
lizzata allo stesso scopo. Anche tra i caporioni fascisti era diffuso il tentativo di evitare la guerra, imboscandosi negli uffici o nei ruoli più svariati".


 "Alcune popolazioni contadine dimostrarono una grande collaborazione con i partigiani, altri paesi meno. Tra i componenti delle formazioni partigiane e i vari comandi vi erano persone motivate da ideali politico-sociali; altri che fecero le prime esperienze di un movimento collettivo, finalizzato a porre fine alla guerra, ed altri ancora che ne approfittarono per sfuggire al reclutamento. C’era l’organizzazione militare e c’era pure un volontariato locale che dava un contributo di informazioni e di difesa. Tuttavia la collaborazione del mondo rurale fu fondamentale: ad esempio, quando un partigiano doveva spostarsi da un luogo all’altro e non sapeva se avrebbe potuto incontrare i tedeschi, qualsiasi cittadino incontrato sulla propria strada rilasciava sempre informazioni a favore del partigiano. Quel mutuo rispetto fu qualcosa che portò frutti anche dopo la guerra, quando la necessità di organizzarsi vide accrescere la credibilità delle associazioni di sinistra". 


E riporto anche la mia riflessione che scrissi alla fine del suo racconto riguardante il capitolo dedicato alla Resistenza: 

"Da questa pagina di storia, voluta dalla gente e non dal potere, sono state educate intere generazioni all’antifasciamo. Era naturale ricevere quel messaggio, era scontato difendersi da quei principi, anzi si cresceva pensando che era un capitolo chiuso, che «nessuno poteva più pensare o agire in quel modo». Il fascismo era stato annientato, la lotta partigiana aveva liberato l’Italia dal male e le divergenze politiche riguardavano solo le sinistre e la Democrazia Cristiana… Quanto abbiamo fatto male i conti! Nell’arco di cinquant’anni si sono avvicendate le ideologie tra nascite, rinascite e dissoluzioni in una complessità che soltanto il senno di poi ci permetterà di capirne i perché con maggior chiarezza. Una cosa tuttavia mi appare chiara nell’immediato: terreno fertile al rinascere del fascismo è la caduta dei valori, dell’etica, che si crea per un insieme di meccanismi socio-politico-economici e che espropria l’uomo sia di credo che di forze, perchè rinascono le destre quando l’uomo è annichilito.
Ed io, nata alla fine degli anni Cinquanta, ho un pensiero di tutto rispetto per coloro che hanno combattuto in prima persona per quella causa e mi sento anche responsabile di non aver saputo difendere il loro operato. Mi perdonino e sappiano che ne ho consapevolezza".

Mario Genari, compagno, partigiano, cooperatore, sindacalista, padre, amico, sempre dalla parte dei deboli, sempre umile e lucidissimo. 
Una medaglia d'oro meritatissima.


lunedì 25 aprile 2016

25 aprile 2016 - Il fiore del partigiano


Come ogni anno ho partecipato alla Festa della Liberazione al mio paese. Quest'anno ho letto quanto sotto riportato: trattasi di un comunicato ANPI, su cui merita riflettere per l'importanza e il valore dei contenuti. Da alcuni anni il 25 aprile è stato, a mio avviso, un po' troppo "istituzionalizzato": per me era e rimane "festa di popolo e del popolo". 

Il 25 aprile cade quest'anno in un complesso di vicende europee che riporta l'orologio della storia in un tempo dove la civiltà e le pratiche democratiche erano pesantemente oscurate. Una profonda crisi economica da cui si riesce con difficoltà a vedere una via d'uscita, il proliferare di movimenti di chiara marca neonazista e neofascista che arrivano fin dentro i governi, e il panorama drammatico di decine di migliaia di immigrati in fuga da guerre e disperazione che ricevono come risposta dalla politica e dalle istituzioni quasi esclusivamente muri e abbandono, devono far riflettere tutti sull'inquietante e gravissima china che sta prendendo il vivere civile. Non è questa la società che sognavano i combattenti per la libertà. Non è questo il futuro cui aspiravano, deprivato di coscienza, senso di responsabilità, solidarietà.

Mai come oggi la pace, bene prezioso conquistato dalla Resistenza italiana ed europea è in serio pericolo. La guerra è – di per sé – il contrario dei diritti umani, perché ogni guerra, necessariamente, li calpesta e non di rado li annulla. Ma i diritti umani sono il fondamento della nostra convivenza, messa seriamente in discussione dallo stragismo jihadista che ha provocato centinaia di vittime innocenti a Parigi e a Bruxelles. Dalle guerre e dalla fame stanno fuggendo centinaia di migliaia di esseri umani che cercano accoglienza e rifugio nel nostro continente. Ma l'Europa, nella quale si sta pericolosamente ripresentando il virus del nazionalismo e della xenofobia, sembra soltanto capace di erigere muri, reticolati e barriere di filo spinato.

È urgente ripristinare quella sensibilità civile, quell'attenzione ai più deboli, cardini di un mondo giusto e vivibile per tutti. Siamo di fronte nel nostro Paese, travagliato da una gravissima crisi economica, ad una pesantissima caduta dell'etica pubblica, al manifestarsi quasi quotidiano di fenomeni di corruzione. La conseguenza inevitabile di questa deriva è costituita dalla perdita di fiducia e dal diffondersi di un acuto disinteresse da parte dei cittadini nei confronti delle istituzioni e della politica.

Il distacco dei cittadini dalla cosa pubblica va superato con una forte e profonda rigenerazione della politica che, richiamandosi ai valori della Resistenza, riconduca gli amministratori pubblici al dovere costituzionale di servire la collettività e il bene comune. Al lavoro, valore fondante della Repubblica, deve essere restituito il suo ruolo e la sua dignità, eliminando il contrasto stridente tra i principi costituzionali e la durissima realtà del nostro Paese. I giovani, in particolare, avvertono drammaticamente il disagio di non poter accedere al mondo delle professioni, di dare dunque degno e fattivo sviluppo alle proprie capacità e seguito ai sacrifici messi in campo per studiare e ottenere competenze. È indispensabile ribadire ancora una volta che i valori a cui ispirarsi sono solo e sempre quelli costituzionali, di una democrazia fondata sulla rappresentanza, la partecipazione, sulla divisione e l'equilibrio dei poteri, sul rispetto della persona umana, delle istituzioni, delle regole da parte di tutti.

Auspichiamo un 25 aprile di piena e robusta memoria.

Una Festa che rimetta al centro dei ragionamenti e dei comportamenti politici e sociali preziosi e decisivi “comandamenti”: antifascismo, Resistenza e Costituzione. Una Festa che ricordi con forza i 70 anni della Repubblica e del voto alle donne, i primi importantissimi passi della rinascita democratica del Paese.

Auspichiamo iniziative larghe, che coinvolgano tante italiane e italiani, Comuni, partiti, sindacati, associazioni. Una giornata come una stagione di impegno e profonda, viva Liberazione.
Una giornata che dal giorno successivo inneschi un cammino collettivo, sguardi e azioni solidali e responsabili. Un mondo migliore si costruisce insieme.

W la Resistenza, w i partigiani, w la libertà